il
Comitato per il centenario della nascita di Augusto Del
Noce PRESENTA
Augusto Del Noce: cultura e politica di fronte al
suicidio della rivoluzione
partners Alleanza Cattolica, Associazione
John Locke, Biagioni Media
Il Congresso sarà tenuto domenica 16 maggio
2010 presso il Residence Artemura in Via Pietro Bozzi 6/8 a Pistoia. ore 9 e
30 saluti e introduzione generale
presenta Franco
Biagioni Intervento dell'On. Rocco Buttiglione Introduzione di Giovanni
Cantoni ore 10 e 40 prima sessione Massimo Introvigne “Due centenari
s’incontrano. Augusto Del Noce e il magistero di Leone XIII” Mauro Ronco "La
linea di Vico- Rosmini come risposta all'ateismo nel pensiero di Augusto Del
Noce." ore 13 pausa pranzo con buffet ore 15 seconda sessione Maurizio
Schoepflin "Del Noce filosofo inascoltato e controcorrente" Lucia Palumbo
"L'irreligione occidentale come affermazione della semplice tecnica" Lavinia
Peserico "Del Noce e il 1968" Lettura comunicazione di Mons. Antonio Livi
"Del Noce e Gilson" Ore 18 Santa Messa in Cattedrale di San Zeno
Massimo Introvigne: Del Noce e Leone XIII Due
centenari s’incontrano
Il 2010 segna il primo centenario della
nascita di Augusto Del Noce (1910-1989) e il secondo centenario della nascita di
Leone XIII (1810-1903). Li ricordo insieme sia per la coincidenza cronologica,
già di per sé molto significativa, sia perché la riflessione di Del Noce su
Leone XIII è cruciale per intendere alcuni aspetti del suo pensiero. In
particolare, la valutazione del filosofo nato a Pistoia sulle encicliche di papa
Gioacchino Pecci definisce sia gli elementi di contiguità sia quelli di
differenza di Del Noce rispetto alla scuola cattolica contro-rivoluzionaria, dal
cui punto di vista esplicitamente si pone Alleanza Cattolica e mi pongo io in
questo contributo, e che nasce come critica alla Rivoluzione francese
intendendola però come parte di un processo di progressiva scristianizzazione
dell’Europa che né è iniziato né finisce con il 1789.
Se la
consapevolezza nel mondo cattolico per il centenario di Del Noce è certamente
insufficiente, più grave ancora è lo scarso interesse che circonda la ricorrenza
relativa a Leone XIII, nonostante l’esplicito invito di Benedetto XVI a
interessarsene con l’annuncio di un viaggio a Carpineto Romano, città natale del
suo predecessore, previsto per il 5 settembre 2010. Le ragioni di questo
disinteresse sembrano essere sostanzialmente tre. La prima è la riduzione del
ricchissimo magistero di Leone XIII a un unico documento, l’enciclica Rerum
novarum del 1891, che però, letta al di fuori del contesto complessivo
dell’insegnamento di papa Pecci, non può che essere da un lato fraintesa
dall’altro celebrata sempre più stancamente. La seconda è lo scarso amore della
scuola cattolico-democratica, tuttora influente in tanti ambiti culturali, per
Leone XIII, nonostante il riferimento obbligatorio alla Rerum novarum. Leone
XIII è infatti anche il papa che ha sottolineato l’eccellenza della civiltà
cristiana medievale, la malizia del «diritto nuovo» moderno, l’intransigente
opposizione alla massoneria, il riferimento obbligatorio per i cattolici nella
filosofia a san Tommaso d’Aquino (1225-1274). La terza è che gli stessi
oppositori più conseguenti dei cattolici democratici, gli esponenti della scuola
contro-rivoluzionaria, se si sono ampiamente serviti del magistero di Leone XIII
di rado hanno veramente amato papa Pecci. Questo atteggiamento appare nel modo
più tipico nel maggiore esponente della scuola contro-rivoluzionaria del XX
secolo, Plinio Corrêa de Oliveira (1918-1995). Le sue opere sono ricche di
citazioni da Leone XIII. Eppure in una conferenza inedita – forse rimasta
inedita non a caso, considerata la venerazione che l’autore aveva per il
pontificato romano in genere – Corrêa de Oliveira stigmatizza «la vanagloria
rispetto alla sua famiglia» (Pecci) di Leone XIII, la paragona a quella di papa
Innocenzo III (1160-1216) la quale, secondo una rivelazione privata, avrebbe
condannato questo pontefice medievale a «rimanere in purgatorio fino alla fine
del mondo», e definisce «un incubo» la condizione dei contro-rivoluzionari sotto
il pontificato di Leone XIII che, afferma, «può essere simbolizzato dal
ralliement» (Corrêa de Oliveira s.d.).
L’allusione, qui, è al ralliement
alla Repubblica voluto nel 1892 da Leone XIII, che con l’enciclica Au milieu des
sollicitudes incita i cattolici francesi, nella loro grande maggioranza
monarchici, a collaborare lealmente con le istituzioni repubblicane purché siano
salvaguardati alcuni princìpi fondamentali in tema, in particolare, di libertà
di educazione. La rottura del 1892 è drammatica e divide in Francia anche i
cattolici più fedeli al Papa — per esempio, all’interno stesso della scuola
contro-rivoluzionaria, René de la Tour du Pin (1834-1924) rifiuta il ralliement
mentre Albert de Mun (1841-1914) lo accetta —, spacca le famiglie e costituisce
un passaggio traumatico senza il quale non si spiegano tutte le traversie
seguenti del mondo cattolico conservatore e tradizionalista francese, fino alla
vicenda di monsignor Marcel Lefebvre (1905-1991). Il ralliement ha certo
conseguenze negative sul piano storico e politico. Contrariamente alle attese di
Leone XIII, non modera la Repubblica, che anzi accelera la deriva laicista e
anticlericale fino agli eccessi fanatici del presidente del Consiglio Émile
Combes (1835-1921), mentre all’interno della Chiesa alcuni cattolici rallié
passano dall’accettazione del sistema repubblicano a quella dei princìpi
ispiratori della Rivoluzione francese, determinando così la condanna nel 1910 da
parte di san Pio X (1835-1914) del movimento Sillon, fondato da Marc Sangnier
(1873-1950).
Non si può tuttavia non considerare che il ralliement è
anche figlio di una questione dinastica divenuta intrattabile. Per gran parte
dell’Ottocento i contro-rivoluzionari e la Santa Sede avevano sostenuto la
branca primogenita dei Borboni di Francia, rappresentata da un
contro-rivoluzionario convinto e coerente come Enrico V, conte di Chambord
(1820-1883), mentre la branca cadetta degli Orléans era stata il simbolo stesso
di una monarchia rivoluzionaria, fredda verso la Chiesa e filo-massonica. La
branca primogenita si estingue nel 1883 con la morte di Enrico V senza figli. La
grande maggioranza dei monarchici francesi riconosce come nuovi legittimi
pretendenti al trono di Francia, senza entusiasmo, gli Orléans. Esistono, certo,
i cosiddetti «bianchi di Spagna», monarchici che rifiutano la successione
orléanista e ritengono che i legittimi eredi di Enrico V siano i Borbone di
Spagna della branca detta «carlista». Benché riescano a produrre opere raffinate
che giustificano le loro pretese dal punto di vista del diritto dinastico
francese, i «bianchi di Spagna» restano però una piccola minoranza, una
«cappella insignificante» (Augé 1995, 156) secondo le parole stesse di uno dei
loro maggiori esponenti nel secolo XX, lo storico Guy Augé (1938-1994). La loro
corrente diventerà nuovamente significativa, per una serie di circostanze, solo
dopo la Seconda guerra mondiale. Così, tra orléanisti in odore di massoneria e
«bianchi di Spagna» politicamente irrilevanti, Leone XIII – su cui peraltro è
stata pure emessa l’ipotesi secondo cui avrebbe pensato al ralliement già
durante la vita del conte di Chambord –, nove anni dopo la morte di Enrico V,
conclude che nessuna delle due alternative è praticabile, ricorda la dottrina
tradizionale secondo cui la dottrina sociale della Chiesa non è legata di per sé
ad alcuna forma di governo e sceglie il ralliement alla
Repubblica.
Rimane tuttavia vero che chi considera il ralliement una
catastrofe ammette di solito il carattere dottrinalmente impeccabile
dell’enciclica Au milieu des sollicitudes – in effetti, per seguire la dottrina
sociale della Chiesa non è obbligatorio essere monarchici, né l’enciclica, a
differenza dei cattolici democratici del Sillon, insinua che sia obbligatorio
non esserlo – e apprezza il magistero di Leone XIII. Al contrario, chi vede il
ralliement come un atto dovuto, semmai troppo tardivo, si trova spesso in prima
linea fra coloro che eliminano dall’orizzonte culturale dei cattolici
contemporanei il magistero di papa Pecci, di solito attraverso la strategia che
consiste nel ridurlo alla sola Rerum novarum. In questo panorama, dove si situa
Del Noce?
L’apprezzamento di Del Noce per Leone XIII
Del Noce
incontra la centralità di Leone XIII attraverso un lunghissimo sodalizio
intellettuale con Étienne Gilson (1884-1978). Per Del Noce Gilson non è solo uno
storico della filosofia, ma un pensatore originale che, ove fosse stato seguito,
avrebbe potuto arginare i guai del progressismo cattolico o, per dirla con il
filosofo di Pistoia, del «neomodernismo» (Del Noce 2005, 31). Su Gilson, scrive
Del Noce, «è opinione diffusa, qui in Italia, che sia uno storico della
filosofia, piuttosto che un filosofo; in realtà è un “filosofo attraverso la
storia”» (ibid., 33). Qui in verità Del Noce parla anche di se stesso. Anch’egli
è considerato da molti un mero storico della filosofia, mentre rivendica di
essere un filosofo, e precisamente un «filosofo attraverso la storia».
L’importanza di Gilson, per Del Noce, sta nel fatto che «scoprì la verità e la
presente attualità del tomismo attraverso l’accertamento di quel che il Dottor
Angelico aveva realmente pensato» (ibid.). La questione è di rilievo, e non
attiene solo alla storia, precisamente perché ogni forma di resistenza al
progressismo per Del Noce deve necessariamente arruolare il tomismo: e deve
trattarsi del tomismo di san Tommaso, non di quello manualistico e sterile di
tanti neotomisti.
Da questo punto di vista Gilson articola attraverso gli
strumenti della storiografia del XX secolo quanto era già stato pensato da
qualcuno nel secolo XIX. E quel qualcuno è Leone XIII. Gilson, spiega Del Noce,
scopre l’enciclica Aeterni Patris di Leone XIII, che è del 1879, nel 1930, «dato
che, per strano che possa parere, non aveva mai prima d’allora letto questa
enciclica. Strano, del resto, fino a un certo punto, perché Gilson era di
formazione universitaria, della Sorbona, e a quel tempo le encicliche pontificie
non solevano esser lette dai filosofi, e spesso neanche dai filosofi cattolici»
(ibid., 77: né molto è cambiato nelle università dei giorni nostri). Gilson
legge la Aeterni Patris mentre è impegnato nella disputa sulla possibile
esistenza di una filosofia cristiana e nella risposta ai laicisti della Sorbona,
i quali sostengono che il pensiero cristiano medioevale di cui il docente
francese è studioso, per interessante che sia, non appartiene alla filosofia
perché è essenzialmente di natura teologica. Grazie al provvidenziale incontro
con Leone XIII, Gilson è in grado di rispondere che non si tratta di sottrarre
dal pensiero medioevale tutto quanto è strettamente teologico e chiamare il
residuo «filosofia cristiana». Al contrario, è cristiana quella filosofia che
riconosce il «primato della fede» (Gilson 1960, 248), anzi «il primato della
parola di Dio» (ibid., 246), e questo non all’esterno ma all’interno stesso di
un pensiero che si presenta come «un progresso a partire da una verità che non è
suscettibile di progresso» (ibid., 251). Per Del Noce questa è l’unica possibile
filosofia che non rompe l’unità fra fede e ragione, ancorché le distingua e
sfugga quindi a ogni accusa di fideismo. La separazione fra filosofia e teologia
comporta invece la separazione fra fede e ragione, e quel cedimento al laicismo
che nella Chiesa prende la forma del (neo)modernismo.
Del Noce ritiene
che il fondamentale risultato raggiunto da Gilson sia possibile solo attraverso
una critica di certe angustie e asprezze del neotomismo, il che presuppone un
ritorno alla lettera dell’enciclica Aeterni Patris del 1879. Qui infatti si
vincola la cultura cattolica a privilegiare una filosofia ad mentem Sancti
Thomae Aquinatis. Per Del Noce, «quel ad mentem serve a chiarire l’equivoco
delle dispute sulla filosofia cristiana» (Del Noce 2005, 78) e testimonia «la
grandezza filosofica di Leone XIII» (ibid.). Leone XIII riporta con san Tommaso
nella Chiesa non un insieme di formule ma un metodo: nei termini di Del Noce, in
implicita polemica con qualche neotomista, «non tanto una dottrina quanto una
maniera di filosofare: e in ogni caso l’aspetto della dottrina si trova in una
certa misura posposto a quello della maniera di filosofare»
(ibid.).
Gilson nel volume del 1960 Le Philosophe et la théologie, su cui
Del Noce spesso ritorna, dà atto a Leone XIII di avere risolto il problema della
«filosofia cristiana» cinquant’anni prima che la Sorbona iniziasse a discuterne,
e di avere fatto molto di più: papa Pecci ha applicato questo metodo a tutti i
principali campi del pensare e dell’agire umano, teorici e pratici. Per
comprendere come questo sia avvenuto occorre leggere le encicliche principali di
Leone XIII non in ordine cronologico ma nell’ordine che il pontefice stesso ha
suggerito nell’enciclica Pervenuti all’anno vigesimo quinto del 19 marzo 1902,
pubblicata per il venticinquesimo anniversario della sua elezione a Pontefice.
Nell’enciclica il papa ricorda nell’ordine «le [sue] Encicliche sulla filosofia
cristiana [Aeterni Patris, 1879], sulla libertà umana [Libertas, 1888], sul
matrimonio cristiano [Arcanum Divinae Sapientiae, 1880], sulla setta dei Massoni
[Humanum genus, 1884], sui poteri pubblici [Diuturnum, 1881], sulla costituzione
cristiana degli Stati [Immortale Dei, 1885], sul socialismo [Quod apostolici
muneris, 1878], sulla questione operaia [Rerum novarum, 1891], sui principali
doveri dei cittadini cristiani [Sapientiae Christianae, 1890]» (Leone XIII
1902). In un discorso di trent’anni fa Del Noce si chiedeva «perché nessuno in
Italia abbia pensato all’edizione delle nove encicliche secondo quell’ordine
logico che il Papa aveva fissato» (Del Noce 2005, 77). Nessuno ci ha pensato
ancora oggi, e potrebbe essere un modo di dare retta a Benedetto XVI che ha
invitato a ricordare Leone XIII in occasione del bicentenario.
Comunque
sia, in funzione di questo corpus secondo Gilson – che Del Noce cita e approva
più di una volta (ibid., 77; Del Noce 1977, 25) – «Leone XIII prende posto nella
storia della Chiesa come il più grande filosofo cristiano del secolo XIX e uno
dei più grandi di tutti i tempi» (Gilson 1960, 191). Tutto il Corpus Leonianum è
retto dalla Aeterni Patris, perché prima occorre definire il metodo e poi
applicarlo: «i programmi di riforma sociale suppongono effettuata questa prima
riforma intellettuale, condizione di tutte le altre» (ibid., p. 192). «I vecchi
politici cattolici – notava Del Noce nel 1977 – leggevano la Rerum novarum come
se fosse isolabile dall’insieme del Corpus Leonianum; coerentemente i nuovi,
portando alle conseguenze ultime il difetto di questa linea, hanno del tutto
trascurato di leggerla» (Del Noce 1977, 25-26). L’oblio della Rerum novarum è
avvenuto «diciamo pure con ragione, perché scissa dal suo fondamento filosofico,
dal contesto delle nove encicliche essenziali, e in particolare dall’Aeterni
Patris, è destinata a perdere significato» (Del Noce 2005, 77).
Non già
che la Rerum novarum, per Del Noce, non sia importante anche nei suoi aspetti
strettamente sociali. Al contrario è una «enciclica profetica» (Del Noce 2005,
227) la cui «critica radicale della mentalità utopistica» (ibid., 228) del
marxismo e nello stesso tempo di un liberalismo assoluto, secondo cui il mercato
risolverà da solo tutti i problemi, appare non – come talora si legge – in
ritardo rispetto alla teoria economica dell’epoca, ma al contrario in anticipo e
sorprendentemente attuale. Ma, appunto, per cogliere tutte le implicazioni della
Rerum novarum è necessario prendere sul serio l’invito della Pervenuti all’anno
vigesimo quinto di leggerla dopo altre sette encicliche di Leone XIII, comprese
quelle sulla filosofia, sulla massoneria e sul socialismo. Infatti tutta la
parte della Rerum novarum sui diritti rispettivi dei datori di lavoro e dei
lavoratori, afferma Del Noce, «è legata alla fondamentale tesi dell’antecedenza
dell’uomo allo Stato, e questa alla legge naturale e alla metafisica che essa
implica» (ibid., 231). «Ora, la rinascita cattolica – incalza ancora il filosofo
di Pistoia – deve essere, secondo il pensiero di Leone XIII, inscindibilmente
religiosa, filosofica e politica, “politica”, perché richiesta come necessaria
per la salvezza anche temporale della società umana, ma questa politica deve
appoggiarsi su una filosofia che sia a sua volta preambolo della fede» (Del Noce
1977, 26).
Vi è qui un insegnamento fondamentale di Del Noce, che si
ritrova oggi in Benedetto XVI e in particolare nell’enciclica Caritas in
veritate del 2009. La dottrina sociale della Chiesa è parte integrante
dell’insegnamento della Chiesa Cattolica: ma lo è proprio perché non è solo
socio-economica ma anche e anzitutto socio-politica, e perché altro non è che la
morale sociale cristiana, la quale presuppone i fondamenti della morale nella
verità naturale e rivelata. Il filo che collega Leone XIII, Gilson e Del Noce
aiuta a cogliere questa autentica natura della dottrina sociale. Benedetto XVI
la ribadisce ancora oggi perché, nonostante la sua reiterata illustrazione da
parte del Magistero, non tutti l’hanno compresa. Del Noce ha messo in guardia
per tempo sulle conseguenze catastrofiche di questa
incomprensione.
Una riserva di Del Noce su Leone XIII
Del
Noce, come si vede, è prodigo di elogi su Leone XIII, « il più grande filosofo
cristiano del secolo XIX e uno dei più grandi di tutti i tempi» secondo la
citata espressione di Gilson che riprende e approva. E tuttavia vi è un aspetto
del pensiero di Leone XIII che Del Noce non condivide. Dal mio punto di vista
questa critica è particolarmente interessante e, se mi è consentito un accenno
autobiografico, mi riporta alla mente numerose conversazioni con il filosofo
italiano a Roma e a Savigliano, perché è qui che si situa precisamente la
divergenza fra Del Noce e la scuola contro-rivoluzionaria.
Uno dei tanti
pensatori oggi ampiamente dimenticati di cui Del Noce si è interessato in modo
approfondito è il filosofo idealista francese Léon Brunschvicg (1869-1944).
Questo autore, che non aveva simpatia né per la rinascita del tomismo né per la
scuola contro-rivoluzionaria, aveva sostenuto che il Corpus Leonianum, a partire
da quel suo punto di partenza logico che è la Aeterni Patris, presuppone un
giudizio sulla storia che è quello contro-rivoluzionario, mutuato da papa Pecci
soprattutto da Joseph de Maistre (1753-1821) e Louis de Bonald (1754-1840)
(Brunschvicg 1928, II, 502-503). Secondo Del Noce, Brunschvicg espone la tesi
«con una certa tendenziosità, ma con un sostanziale fondo di verità» (Del Noce
1964, 401). È interessante notare che Del Noce discute la questione in un
contesto di critica a Jacques Maritain (1882-1973) e al contributo di
quest’ultimo al progressismo cattolico. Certo, a proposito di Maritain Del Noce
ha invitato a «riconoscere, contro critiche facili, il suo elevatissimo valore,
come sistematore filosofico rigoroso di una delle maggiori esperienze spirituali
a cavallo fra l’800 e il ‘900, quella di Léon Bloy [1846-1917]» (ibid.). Il
filosofo di Pistoia, però, si separa da Maritain precisamente sul punto
dell’interpretazione della storia.
Nelle varie fasi che hanno
contraddistinto l’itinerario intellettuale di Maritain secondo Del Noce è
cambiato – più di una volta – il giudizio sul processo storico del pensiero
moderno, ma non è mai cambiata la descrizione di questo processo, che rimane
quella contro-rivoluzionaria. Secondo questa descrizione la modernità è un
processo di progressiva scristianizzazione che va in modo lineare dal
Rinascimento e da Martin Lutero (1483-1546) fino all’illuminismo, alla
Rivoluzione francese e al marxismo. Se questo processo sia da combattere –
secondo la posizione contro-rivoluzionaria – o se invece occorra cercare qualche
forma di composizione e di dialogo è questione su cui Maritain ha cambiato idea
più volte. Maritain ha oscillato verso la seconda alternativa, quella del
compromesso, in particolare durante e dopo l’epoca dei fascismi, ritenendo – o
almeno così ne ricostruisce le motivazioni Del Noce – che una condanna radicale
del processo rivoluzionario portasse «inevitabilmente» ad «atteggiamenti pro
fascisti»: «non per nulla il principale discepolo recente di Donoso Cortés
[Juan, 1809-1853, teorico spagnolo della Contro-Rivoluzione] è stato C.[arl]
Schmitt [1888-1985, giurista e filosofo tedesco che aderì a suo tempo al Partito
Nazionalsocialista]» (ibid.).
Resta, tuttavia, una visione della storia
che secondo Del Noce sarebbe comune alla scuola contro-rivoluzionaria, a Leone
XIII, a Maritain ma anche – cambiata di segno quanto al giudizio di valore, cioè
intesa come «processo verso la pienezza» anziché «verso la catastrofe» (ibid.,
400) – alle prospettive laiciste dominanti. Per Del Noce la visione
contro-rivoluzionaria della modernità come processo rivoluzionario lineare che
avanza in direzione della scristianizzazione, e dunque «di un processo unitario
della filosofia moderna» (ibid.), non solo è in «simmetria» (ibid.) con una
lettura laicista uguale e contraria, ma in un certo senso ne dipende in
posizione di «subalternità» (ibid., 527). Per usare un’espressione che non è di
Del Noce, si potrebbe dire che il filosofo di Pistoia accusa la lettura
contro-rivoluzionaria della storia europea – che coinvolge Leone XIII e anche
Maritain, non solo nella sua fase giovanile – di regalare la modernità ai
laicisti. Dal momento che la modernità appare inevitabilmente vittoriosa, questa
lettura preparerebbe dunque la sconfitta dei cattolici. E peggio: una volta
presa coscienza della sconfitta, secondo l’idea di «rovesciamento» che è tipica
della visione storiografica di Del Noce, la lettura contro-rivoluzionaria della
modernità rischierebbe di «rovesciarsi» nel «progressismo». come dimostrerebbero
gli itinerari personali di Félicité de Lamennais (1782-1854), per certi versi di
Vincenzo Gioberti (1801-1852) e dello stesso Maritain, salvo l’ulteriore passo
indietro di quest’ultimo nell’ultimo periodo di vita, come reazione a eccessi
progressisti di cui peraltro era egli stesso corresponsabile
(ibid.).
Intendiamoci: Del Noce riconosce alla scuola
contro-rivoluzionaria il merito di avere colto il carattere profondo di un
pensiero che va da Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) a Karl Marx (1818-1883) e
oltre. Qui la negazione del peccato originale porta a sostituire la politica
alla religione come strumento di salvezza. In questa prospettiva anche Del Noce
parla di Rivoluzione con la R maiuscola come processo unitario: «Per varie che
possano essere le forme rivoluzionarie, intese in questo senso, – scrive – il
loro tratto comune è la correlazione tra l’elevazione della politica a religione
e la negazione del soprannaturale. La Rivoluzione, con la maiuscola e senza
plurale, è quell’evento unico, doloroso come i travagli del parto (la metafora
che torna continuamente nei suoi teorici) che media il passaggio dal regno della
necessità a quello della libertà, raffigurato questo, né può essere altrimenti,
attraverso la semplice generica negazione delle istituzioni del passato (società
senza stato, senza chiese, senza eserciti, senza delitti, senza magistratura,
senza polizia…); che genera un avvenire in cui non ci sarà più nulla di simile
alla vecchia storia; che, in ciò, è la risoluzione del mistero della storia»
(ibid., 362).
È una pagina molto bella, anche dal punto di vista
letterario, che conferma la frequentazione dei classici della Contro-Rivoluzione
da parte di Del Noce. Dov’è, allora, il dissenso? Il filosofo italiano pensa che
le origini della Rivoluzione «con la maiuscola» «siano abbastanza recenti, non
antecedenti a Rousseau» (ibid.): quello che viene prima non è tanto
rivoluzionario quanto ambiguo. Sullo sfondo c’è qui la polemica con l’opera di
Maritain più apprezzata dagli ambienti contro-rivoluzionari, Tre riformatori, il
cui sottotitolo – Lutero - Cartesio - Rousseau (Maritain 1967) – indica già
l’elemento da cui dissente Del Noce. In verità, il dissenso non riguarda tanto
Lutero quanto Cartesio (René Descartes, 1596-1650). Secondo Del Noce quando si
applica lo schema contro-rivoluzionario – che poi coincide con quello laicista,
salvo come si è accennato il giudizio di valore diametralmente opposto – alla
storia della filosofia si arriva fatalmente a quattro conclusioni: «1) l’inizio
cartesiano della filosofia moderna; 2) l’opposizione radicale fra Cartesio e
Pascal [Blaise, filosofo e teologo francese, 1623-1662]; 3) il fallimento di una
nuova scolastica, costruita sull’accordo tra pensiero cristiano e cartesianismo,
in Malebranche [Nicolas, C.O., teologo e filosofo francese, 1638-1715]; 4)
l’inconsapevolezza, in Vico [Giambattista, filosofo napoletano, 1668-1744],
della sua reale posizione storica, per cui la sua filosofia esemplificherebbe,
nel modo più perfetto, la sua teoria dell’eterogenesi dei fini» (Del Noce 1964,
402).
Principalmente nel suo libro Il problema dell’ateismo (ibid.), ma
anche altrove, Del Noce ha avvertito come suo compito quello di smontare pezzo
per pezzo questa visione della filosofia moderna, mantenendone soltanto il primo
punto – l’inizio cartesiano –, in quanto anche per il filosofo di Pistoia «ogni
filosofia moderna si costituisce nell’orizzonte storico che il cartesianismo ha
determinato» (ibid., 405). Tuttavia secondo Del Noce la rappresentazione comune
di Cartesio, da manuale scolastico (ma anche da Tre riformatori di Maritain), è
ingannevole (Del Noce 1965). In verità nel pensiero del filosofo francese
coesistono spunti molto diversi: alcuni, certo, suscettibili di essere
continuati in senso anticristiano, altri invece profondamente e sinceramente
cristiani. Da questi ultimi parte una versione cristiana della modernità che
passa per alcuni aspetti del pensiero di Pascal, la cui contrapposizione a
Cartesio è dunque esagerata (e lo è, talora, da Pascal stesso), per Malebranche
e per Vico e arriva fino al beato Antonio Rosmini-Serbati
(1797-1855).
Del Noce si rende conto che ognuno di questi passaggi è
problematico. Affermare per esempio che «Malebranche è il tramite tra il
cartesianismo e il pensiero italiano da Vico a Rosmini» (Del Noce 1964, 493)
presuppone un’analisi delle critiche di Vico a Cartesio che ne restringa la
portata solo ad alcuni aspetti del pensiero cartesiano (Del Noce 1965, 653), e
una forte riaffermazione della tesi del «malebranchismo di Vico» (ibid., 652;
Del Noce 1964, 481), che di per sé quando Del Noce scriveva non era nuova, ma
era stata anche fortemente criticata. E su Pascal il filosofo di Pistoia ammette
che «in Pascal il più radicale cartesianismo coincide col più radicale
anticartesianismo» (Del Noce 1965, 642). Del Noce stesso ha insegnato che la
storia della filosofia è una vera scienza nel senso moderno del termine, le cui
acquisizioni possono sempre essere rimesse in discussione da nuovi studi e
documenti. Non possiamo certo risolvere qui le complesse questioni legate alla
lettura che Del Noce propone di ciascuno dei pensatori che prende in
esame.
Possiamo però cercare di capire qual era per Del Noce la posta in
gioco. Per lui la linea che va da Rousseau a Marx e oltre fino al 1968 è un
processo che non è sbagliato chiamare rivoluzionario, nel senso di una «
Rivoluzione, con la maiuscola e senza plurale». Non è neppure sbagliato, a
rigore, trovare in Lutero elementi che hanno a che fare con questo processo, i
quali coesistono peraltro con aspetti diversi. E tuttavia c’è un altro «processo
unitario» (Del Noce 1964, 509) che lega pensatori pure fra loro diversi come il
Cartesio cristiano, Pascal, Malebranche, Vico e Rosmini – cui Del Noce è andato
progressivamente aggiungendo, attribuendogli un ruolo sempre più importante, il
calvinista olandese Arnold Geulincx (1624-1669), in cui peraltro vi è un dubbio
«scettico-mistico» (ibid., 492) sulla capacità della ragione di conoscere le
cose come veramente sono che apre la strada verso Immanuel Kant (1724-1804). Non
vi è tra costoro identità di pensiero ma «identità dell’avversario» (ibid.,
508), che è l’ateismo moderno come esito fatale del processo
rivoluzionario.
Per Del Noce, dunque, ci sono due modernità: quella
rivoluzionaria e quella cristiana. La visione contro-rivoluzionaria della storia
accolta da Leone XIII, secondo il filosofo di Pistoia, dimentica o sottovaluta
la seconda modernità, la linea che va da Cartesio a Vico e a Rosmini. Così
facendo, si espone al rischio di adottare lo schema storico-filosofico
dell’avversario laicista e a quello più grave di «rovesciarsi» nel progressismo,
una volta constatato che questo avversario ha vinto. Paragonando de Maistre a
Vico, Del Noce sottolinea le somiglianze nella critica alla deriva della
modernità verso l’ateismo ma afferma che in Vico c’è «non la semplice negazione
del moderno, ma l’enucleazione in esso di un momento positivo che non è però
quello illuministico e rivoluzionario» (ibid., 528). Rinunciare ad avvalersi di
questo «momento positivo» sarebbe il limite della Contro-Rivoluzione e dello
stesso Leone XIII.
Dal punto di vista, che è il mio, di un cattolico
contro-rivoluzionario che cosa pensare di questa analisi di Del Noce? E – per
formulare il quesito in un modo che sarebbe forse piaciuto al filosofo nato a
Pistoia – com’è possibile essere contro-rivoluzionari dopo Del Noce? Anzitutto,
non si può non riconoscere quanto il confronto intellettuale e le conversazioni
con Del Noce abbiano aiutato a crescere la generazione che è alle origini di
un’associazione che si dichiara esplicitamente contro-rivoluzionaria come
Alleanza Cattolica. Queste conversazioni forse ai più giovani oggi mancano,
anche se le provocazioni di Del Noce si ritrovano in autori contemporanei come
la storica statunitense di origine tedesca Gertrude Himmelfarb, che in un certo
senso va oltre Del Noce distinguendo una linea anticristiana e una compatibile
con il cristianesimo anche nello stesso illuminismo, particolarmente in quello
britannico (Himmelfarb 2004). Il 12 maggio 2010 a Lisbona Benedetto XVI ha messo
in luce il corretto atteggiamento nei confronti di queste provocazioni: «la
Chiesa, partendo da una rinnovata consapevolezza della tradizione cattolica,
prende sul serio e discerne, trasfigura e supera le critiche che sono alla base
delle forze che hanno caratterizzato la modernità, ossia la Riforma e
l’Illuminismo. Così da sé stessa [con il Concilio Vaticano II] la Chiesa
accoglieva e ricreava il meglio delle istanze della modernità, da un lato
superandole e, dall’altro evitando i suoi errori e vicoli senza uscita»
(Benedetto XVI 2010).
Del Noce ci ha certamente aiutato a vedere i limiti
di qualunque schema che passi da Lutero alla Rivoluzione francese saltando a pié
pari le complessità del Seicento e del primo Settecento, così come abbiamo
accolto il suo invito a rileggere con simpatia Vico e ad apprezzare le ragioni
di Rosmini fino alla sua recente beatificazione, anche se forse abbiamo letto
meno Malebranche, per non parlare di Geulincx. Fa parte del legato di Del Noce
anche l’attenzione particolare al Seicento e al barocco, sia contro le sue
svalutazioni laiciste sia contro le falsificazioni che vorrebbero vedere in
quanto nel barocco e perfino in autori come Vico vi è di bello e di grande una
paradossale anticipazione dell’illuminismo. Quest’ultima posizione inficia, per
esempio, gli elementi d’interpretazione proposti nel catalogo ufficiale delle
sei mostre napoletane del 2009-2010 Ritorno al barocco (Sapio, Giannotti e La
Marca 2009), mostre splendide dal punto di vista dei pezzi esposti ma
discutibili quanto all’interpretazione ideologica proposta al visitatore. Del
Noce ci ha appunto insegnato che non si tratta qui di questioni meramente
estetiche o turistiche, ma di battaglie culturali di primaria importanza, e
questo è oggi tanto più importante in presenza di un pontefice come Benedetto
XVI che si autodefinisce «un uomo del barocco» (Benedetto XVI
2008).
Soprattutto, Del Noce con le sue critiche ci ha obbligati a
riflettere sulla distinzione fra una nozione cronologica e una ideologica di
modernità. Non tutti coloro che sono vissuti e vivono nell’epoca moderna
appartengono alla «modernità» come categoria ideologica. Occorre distinguere fra
moderno e contemporaneo, e il fatto che Vico termini la sua vita in piena epoca
dell’illuminismo non ne fa – benché appunto si vada sostenendo, ma
infondatamente, anche il contrario – un illuminista. Ancora, Benedetto XVI
invita come si è visto a distinguere nella modernità le domande in parte giuste
e le risposte sbagliate, i veri problemi e le false soluzioni, le «istanze», di
cui la Chiesa si è fatta carico nella loro parte migliore – ma «superandole» –,
e gli «errori e vicoli senza uscita» (Benedetto XVI 2010) in cui la linea
prevalente della modernità ha fatto precipitare queste istanze, ultimamente
travolgendo e negando quanto nel loro originario momento esigenziale potevano
avere di ragionevole e di condivisibile.
Con altrettanta serenità, e
senza rinnegare l’affetto e la gratitudine per Del Noce – che da parte sua seguì
sempre con grande simpatia e benevolenza le attività di Alleanza Cattolica –,
possiamo dire che la sua critica del pensiero contro-rivoluzionario e
dell’orizzonte storiografico che fa da sfondo al Corpus di Leone XIII non ci ha
indotto ad abbandonare il riferimento tematico alla Contro-Rivoluzione. Per
quanto autori di scuola contro-rivoluzionaria abbiano parlato abbastanza male di
Cartesio, e talora anche di Pascal e del beato Rosmini, non ci sembra che stia
nella critica di questi autori l’essenziale dello schema contro-rivoluzionario.
Del resto, l’intreccio fra storia della filosofia e storia della scuola
contro-rivoluzionaria è più complesso di quanto possa sembrare a prima vista. Se
vi è nella letteratura filosofica di lingua francese un continuatore della linea
cara a Del Noce che da certi aspetti di Cartesio va a Malebranche questo è il
cardinale Hyacinthe-Sigismond Gerdil B. (1718-1802: cfr. Del Noce 1965, 653).
Ora, è nota l’influenza di Gerdil su de Maistre e su tutto il mondo francofono
che è alle origini della scuola contro-rivoluzionaria. E dello stesso Rosmini si
è potuto scrivere che originariamente «forma il suo pensiero sulla letteratura
contro-rivoluzionaria, in specie del conte savoiardo Joseph de Maistre» (Cantoni
2010, 79) – il che, beninteso, non comporta che si possano ascrivere alla scuola
contro-rivoluzionaria tutte le opere del beato di Rovereto. Analoghe indagini
andrebbero condotte su Vico. La contrapposizione fra il «momento positivo» del
moderno di Del Noce e l’«antimoderno» contro-rivoluzionario non è rigida, anzi
le due linee s’incontrano e s’intersecano più volte.
Il pensiero
contro-rivoluzionario postula essenzialmente che la modernità come ideologia –
che è cosa diversa dall’epoca moderna come semplice dato cronologico – abbia un
orientamento nettamente prevalente di tipo laicista e anticristiano. Lo stesso
Del Noce nelle sue analisi dell’ateismo moderno, del marxismo, del progressismo
cattolico e del 1968 ha confermato questo postulato. Il fatto che nello scorrere
della storia moderna si siano manifestati anche pensatori cristiani – così come
sono apparsi, grazie a Dio, tanti santi – non modifica la conclusione secondo
cui il carattere dominante della modernità è la deriva anticristiana e
laicista.
La deriva non è «necessaria» di diritto, come pensa un certo
tradizionalismo non cristiano sedotto da visioni pagane o orientali della storia
come decadenza obbligatoria da un’età dell’oro originaria verso l’età oscura
chiamata dai libri sacri induisti Kali Yuga, in cui tutti coloro che hanno la
sventura di vivere in una determinata epoca sarebbero volenti o nolenti
coinvolti. Questa prospettiva non solo non resiste alla critica
dell’«antimoderno» proposta da Del Noce, ma nel suo nucleo profondo nega la
libertà umana sottomettendola deterministicamente alla storia e ai suoi «cicli»,
così da rivelarsi incompatibile con il cristianesimo. Tuttavia, la scuola
contro-rivoluzionaria non sostiene – certamente nelle sue articolazioni più
mature, ma in realtà già nelle sue origini – la necessità di diritto di una
deriva anticristiana della modernità. La constata leggendo la storia, dove la
nobilissima resistenza di stili di pensiero alternativi non inficia la
conclusione secondo cui la linea della modernità come ideologia si afferma come
culturalmente, sociologicamente e politicamente dominante. Si può anche
sostenere che la deriva rivoluzionaria e anticristiana obbedisce a una
«necessità», non però di diritto ma di fatto: una volta poste certe premesse
intellettuali, le conseguenze seguono.
Grati a Del Noce degli elementi di
riflessione che ci ha offerto, anche donando con generosità il suo tempo a chi
di noi era allora molto giovane, abbiamo pertanto mantenuto il nostro spirito
contro-rivoluzionario e «antimoderno». Le sue critiche ci hanno semmai aiutato a
precisare il significato di queste espressioni e a evitare trappole e
fraintendimenti. A Del Noce possiamo dunque promettere oggi, con affetto, una
vigilanza che a fronte di passati errori altrui veglierà a evitare ogni
possibile «rovesciamento» dell’antimoderno nell’ultramoderno progressista sulla
scia di Lamennais e di un certo Maritain.
E tuttavia la nostra posizione
è chiara. Alla scuola di Benedetto XVI ci sforziamo di accogliere le domande
della modernità, ma non possiamo accettare le risposte di un’ideologia che
comporta il rifiuto della tradizione e l’idolatria del presente. In Portogallo
il Papa ha appunto denunciato l’ideologia che «assolutizza il presente,
staccandolo dal patrimonio culturale del passato» (Benedetto XVI 2010) e quindi
fatalmente finisce per presentarsi «senza l’intenzione di delineare un futuro»
(ibid.). Considerare il presente la sola «fonte ispiratrice del senso della
vita» (ibid.), il che è l’essenza della modernità come ideologia, porta a
svalutare e attaccare la tradizione, che in Portogallo – e non solo – «ha dato
origine a ciò che possiamo chiamare una “sapienza”, cioè, un senso della vita e
della storia di cui facevano parte un universo etico e un “ideale” da adempiere»
(ibid.), strettamente legati all’idea di verità e all’identificazione di questa
verità con Gesù Cristo. Dunque «si rivela drammatico il tentativo di trovare la
verità al di fuori di Gesù Cristo» (ibid.): un altro elemento costitutivo del
dramma della modernità.
Il «“conflitto” fra la tradizione e il presente
si esprime nella crisi della verità, ma unicamente questa può orientare e
tracciare il sentiero di una esistenza riuscita» (ibid.). In questo conflitto la
Chiesa non ha dubbi su da che parte stare. «La Chiesa appare come la grande
paladina di una sana ed alta tradizione» (ibid.): parole di Benedetto XVI che
richiamano – certo con uno stile e un linguaggio diverso – quelle del suo
predecessore san Pio X nella lettera apostolica del 1910, di cui pure ricorre il
centenario, Notre charge apostolique secondo cui «i veri amici del popolo non
sono né rivoluzionari, né innovatori, ma tradizionalisti» (Pio X 1910, n.
44).
La difesa della verità contro il culto relativistico e
anti-tradizionale del presente è una missione «per la Chiesa irrinunciabile»
(Benedetto XVI 2010), ripete Benedetto XVI. «Infatti il popolo, che smette di
sapere quale sia la propria verità, finisce perduto nei labirinti del tempo e
della storia» (ibid.). Sulla necessità di un filo d’Arianna costituito dalla
tradizione cattolica per uscire da questi labirinti Del Noce sarebbe stato
d’accordo: e di questo filo egli fu anzi impareggiabile tessitore. Anche per
questo merita oggi la nostra gratitudine.
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Vanvitelli. Electa, Napoli.
Mauro Ronco: La linea Vico-Rosmini come
risposta all’ateismo nel pensiero di Augusto Del Noce
1.
L’affresco storico. Non si può comprendere il pensiero filosofico e storico
di Augusto Del Noce se non lo si cala all’interno del suo tempo e dei problemi
politici che Egli si trovò a vivere con una partecipazione piena e accorata,
tanto più intensa quanto più irrimediabile gli appariva lo sgretolamento di ciò
che era rimasto del meraviglioso edificio della civiltà cristiana, pur dopo gli
sfregi arrecati dalla rivoluzione detta francese e dalla sua versione
risorgimentale italiana. Egli, avendo vissuto la giovinezza e la maturità
scientifica nel periodo più acuto del dominio delle ideologie totalitarie, poté
constatare passo dopo passo lo stritolamento progressivo delle istituzioni, del
costume e dell’etica pubblica ispirata al cristianesimo per opera del
totalitarismo nazista e del comunismo. Questi regimi e queste ideologie, pur
lottando ferocemente e all’ultimo sangue gli uni contro gli altri, furono
sinistramente uniti nel distruggere le vestigia della civiltà cristiana e
nell’impedire con la violenza la possibilità di ri-presentazione efficace
dell’ideale di vita cristiano. Augusto Del Noce non fu mai disposto a
transigere sui princìpi e mai rinunciò alla idea che soltanto il ritorno alla
dottrina politica e sociale cristiana avrebbe consentito la cura delle società
malate dell’Occidente, affinché le stesse potessero nuovamente contribuire, come
nei secoli della Cristianità, al progresso del mondo intero. Per questo suo
inflessibile attaccamento ai princìpi Del Noce fu sempre malvisto dai poteri
forti e dagli stessi costantemente emarginato. Negli anni precedenti
all’esplosione della seconda guerra mondiale Egli, influenzato dal pensiero di
Jacques Maritain, come la gran parte della gioventù studiosa cattolica del
tempo, incerto tra i motivi antimoderni e ultramoderni della sua filosofia e
delle sue ricadute politiche, partecipò all’esperienza culturale della
«sinistra» cristiana, avvicinandosi alle posizioni rappresentate, nell’ultimo
tratto del decennio ’30-‘40’, da Felice Balbo e Franco Rodano. Dopo la guerra,
Egli, approfondendo il pensiero di Jacques Maritain, si staccò vigorosamente
dalla «sinistra» cristiana e ne divenne il più acuto e intransigente critico,
guadagnandosi così il disprezzo e l’emarginazione da parte degli eredi,
culturali e politici, di quella «sinistra». Costoro, sia all’esterno che
all’interno della Democrazia Cristiana, sconfitti dall’evento prodigioso del 18
aprile 1948, che, sotto l’impulso spirituale del Pontefice Pio XII, di venerata
memoria, e la protezione della Vergine Santissima, aveva reso impossibile il
patto di governo comune tra le forze cattoliche e quelle comuniste, operarono
uniti sul piano politico per la secolarizzazione della società. A livello
culturale si industriarono di trovare le ragioni di incontro tra la fede
cristiana e il pensiero ateistico moderno, soprattutto nell’espressione
logicamente definitiva del marxismo. E’ impossibile in questa sede esaminare il
percorso sopraccennato. Basti qui dire che questo obiettivo, sul piano politico,
filosofico e teologico, fu portato fino alle estreme conseguenze per tutto il
corso della cosiddetta prima repubblica, fino alla caduta del muro di Berlino
nel 1989. Nell’arengo politico i cattolici che non avevano reciso
completamente il legame con la dottrina sociale della Chiesa – gli eredi di don
Luigi Sturzo, tra cui, in particolare, Alcide De Gasperi, con una parte della
Democrazia Cristiana – furono via via esclusi dai posti di comando del partito,
con sempre maggiore determinazione a partire dalla morte dello statista trentino
nel 1954. I Comitati civici guidati dal Prof. Luigi Gedda, protagonisti della
vittoria del 1948, che costituivano il canale di trasmissione tra la cultura
cristiana e la politica attiva, furono emarginati. Negli organi dirigenti del
partito gli eredi di don Sturzo, pur maggioritari nei gruppi parlamentari,
divennero una ridotta minoranza.
2. Le condizioni di minorità della
cultura cattolica nel lungo dopoguerra italiano. La progressiva erosione
della dottrina sociale della Chiesa fu contrassegnata dalla sua sostituzione con
l’ideologia detta «democratica». Dietro l’enfatico entusiasmo per la
Costituzione repubblicana del 1948, questa ideologia, facendo proprio il
giudizio positivo circa la ineluttabilità storica del materialismo storico,
aderiva al processo di secolarizzazione della vita etica, politica e sociale.
L’ideologia «democratica», se trovò pochi e deboli oppositori sul fronte
politico, non fu contrastata adeguatamente da alcuno sul piano della cultura
politica. Non vanno dimenticate, certamente, le grandi figure dei teologi e dei
filosofi che continuarono l’elaborazione e l’approfondimento del pensiero
cristiano, in opposizione costruttiva all’ateismo moderno – si pensi, tra tutti,
alle gigantesche figure di Cornelio Fabro e di Michele Federico Sciacca. Questi
Autori mostrarono le contraddizioni insanabili da cui erano affette le varie
filosofie dell’immanenza ed additarono l’abisso nichilistico in cui esse
facevano precipitare la ragione umana. Sul piano della cultura politica, però,
queste grandi personalità non potevano essere udite. La ricchezza del loro
insegnamento avrebbe fruttificato in tempi più lunghi. Né potevano essere
immediatamente efficaci sul piano macrosociale e politico le voci di chi,
riscoprendo l’inesauribile novità del messaggio cristiano e la fonte perenne di
metafisica, anche sociale, che in tale messaggio si radica, avevano iniziato una
seminagione tra i giovani destinata a germogliare più tardi: mi riferisco in
particolare all’opera di don Luigi Giussani, che dava vita in quegli anni a
Comunione e Liberazione, e di Giovanni Cantoni, che, già a partire dai primi
anni ’60, estraeva dalla reazione giovanile contro il comunismo i futuri semi di
Alleanza Cattolica. Queste voci si sarebbero manifestate socialmente più tardi e
la loro levatrice storica sarebbe stata l’opera del Pontefice Giovanni Paolo II,
il Grande. Nel periodo oscuro degli anni ’50 e ’60 si eresse con autorità
sul piano della cultura politica soltanto la figura di Augusto del Noce, che
seppe diagnosticare filosoficamente le ragioni della condizione di minorità del
pensiero di ispirazione cristiana di fronte all’immanentismo, rappresentato
dalla linea che, preso l’inizio con Cartesio, si compendia tipologicamente nei
nomi di Kant, Hegel e Marx. Egli seppe anche proporre alcuni princìpi essenziali
per la rimessa in verticale della filosofia cristiana. Nel compiere quest’opera
Del Noce rimase isolato: gli furono avversari implacabili tanto i comunisti
cristiani, alla cui testa era Franco Rodano, divenuto vero maître à penser dei
vertici del Partito Comunista Italiano, quanto i potentissimi eredi
dell’azionismo, alla cui guida fu Norberto Bobbio, che paventavano con orrore la
riproposizione di un modo filosofico di pensare che mantenesse aperto per la
religione uno spazio pubblico e sociale, quanto i democratico-cristiani,
attratti dal carisma sinistro di Giuseppe Dossetti, ormai completamente
asserviti, soprattutto dopo l’ «apertura a sinistra» del 1964 e gli esiti
mediatici ed ecclesiatici del Concilio Ecumenico Vaticano II, all’idea che il
processo di secolarizzazione fosse non soltanto ineluttabile, ma altresì fosse
un bene meritevole di essere perseguito. Da tutti costoro scaturì il più bieco
ostracismo nei confronti di coloro che non si erano adeguati al pensiero unico
ateistico e, in particolare, di Augusto Del Noce.
3. Il momento pratico
dell’ateismo moderno. Il fulcro del pensiero del filosofo nato a Pistoia sta
nella convinzione che l’ateismo, caratterizzante le filosofie dell’immanenza,
sia una perdita irreparabile per la ragione dell’uomo. La rinuncia alla
dimensione verticale della ragione; l’oblio delle verità intelligibili; il
rifiuto della trascendenza; il disprezzo per la metafisica – con la conseguente
avversione ad Agostino e Tommaso, nonché a Platone e Aristotele – non esprimono
tanto una offesa alla fede, quanto costituiscono soprattutto uno scacco della
ragione. Con questa forte convinzione Del Noce si domandò quale fosse il motivo
determinante dell’incontrastato dominio nell’universo culturale successivo alla
guerra delle filosofie immanentistiche. Egli fornì al quesito una risposta
illuminante: poiché le filosofie dell’immanenza sono perdenti sul piano
concettuale – e sfociano in contraddizioni insanabili –, la loro vittoria può
realizzarsi soltanto nella prassi, offuscando praticamente il bisogno, oltre che
della fede, anche della filosofia. Il loro successo sta nel togliere
praticamente il desiderio della verità; nel far scomparire l’istanza religiosa e
quella filosofica; nel censurare le domande essenziali dell’uomo sulla sua
origine e sul suo destino. Il marxismo, come filosofia della prassi che
prescrive ai filosofi non di conoscere come è fatto il mondo, bensì di
impegnarsi a cambiarlo, è, da questo punto di vista, il punto di arrivo delle
filosofie immanentistiche. Del Noce comprese l’indissolubile congiunzione tra
comunismo e dissoluzione etica del costume, anticipando con intelligente
intuizione il dissolvimento del Partito Comunista nel partito radicale di massa,
avvenuto dopo l’ ’89. E ciò non soltanto per la negazione della stessa idea di
verità e di bene, in conseguenza del materialismo dialettico, che connota
intrinsecamente il marxismo, ma anche per l’esigenza di comprimere l’aspirazione
alla trascendenza attraverso la pratica dell’immoralità. Nel capitolo conclusivo
de “Il problema dell’ateismo”, comparso nel 1964, che raccoglie e rielabora
anche scritti degli anni precedenti, Del Noce ricorda che in Marx l’unica via
per colpire la religione è quella di sopprimerne effettivamente le radici: “cioè
non la via metafisica, e neppure quella storica o scientifica, ma la via
politica: il che, tra l’altro, è a piena conferma della mia tesi sulla priorità
del momento politico nell’ateismo” (p. 352). Da qui la tesi di Del Noce: “La
rivoluzione che porta al comunismo non può essere realizzata che attraverso
un’etica che ha il suo fondamento in una concezione dell’uomo assolutamente
ateizzata e di cui d’altra parte l’adozione si impone come necessaria, perché
l’alternativa è pensata come la barbarie radicale. Solo in questo senso mi pare
si possa dire che la realizzazione del comunismo debba coincidere con la
scomparsa del problema di Dio” (p. 352).
4. La fragilità delle risposte
filosofiche all’ateismo pratico. La tesi di Del Noce si articola in due
momenti distinti. Il primo non è originale: il comunismo si può affermare
soltanto attraverso la pratica di un’etica ateistica che cancelli il ricordo del
problema di Dio. Il secondo aspetto è, invero, originale: l’etica materialistica
deve imporsi perché, nel pensiero dei comunisti e di coloro che ne sono divenuti
«compagni di strada», la sua alternativa non può non essere pensata come la
barbarie radicale. L’acutezza del Maestro ha qui colto la radice dell’egemonia
culturale del marxismo nell’Italia del secondo dopoguerra. Nel pensiero di
Franco Rodano e di Giuseppe Dossetti tutte le letture filosofiche della
modernità che hanno contrastato il marxismo sono sfociate nel fornire un
sostegno o un contributo ai fascismi: ciò vale non soltanto per la linea
idealistica più coerente, rappresentata dall’attualismo di Giovanni Gentile, ma
anche per il neotomismo e per le varie forme dell’esistenzialismo spiritualista.
Ma i fascismi, ricondotti dai Rodano e dai Dossetti, alla scuola di Antonio
Gramsci di Palmiro Togliatti, a categoria unitaria ricomprendente tutte le
filosofie estranee alla linea immanentistica inverata dal marxismo, hanno
rivelato incontestabilmente la loro natura barbarica. Dunque, l’unica etica che
contiene in sé gli anticorpi idonei a contrastare i fascismi è quella comunista.
Questa la ragione per cui, nell’ideologia matura dei cattolici che hanno inteso
il materialismo storico come ineluttabile positivo esito storico della
modernità, l’adesione alla rivoluzione, nella forma ugualitaria proposta dal
comunismo, si appalesa non come un contingente compromesso storico, bensì come
necessaria sul piano sia etico che politico. Del Noce esamina a fondo questa
tesi, ammettendone la forza. Egli contraddice anzitutto la tesi comunista,
azionista e cattolico-progressista sulla natura dei fascismi. Questa tesi è
gravemente inaccurata sul piano filologico, nonché ideologicamente maliziosa.
Del Noce non avrebbe mancato di approfondire questo problema, differenziando con
precisione i vari fascismi tra loro e mettendone in luce le diverse fonti e le
radicali divergenze, in specie rilevabili tra nazionalsocialismo e fascismo
italiano. Inoltre, Del Noce non avrebbe mancato di chiarire che, se un elemento
comune ai vari fascismi sussiste, questo consiste nell’accettazione modernista
del relativismo etico applicato in principal modo alla teoria e alla prassi
politica. Del Noce, poi, afferma la necessaria soccombenza sia del
liberalismo crociano sia del neotomismo espresso da Jacques Maritain rispetto al
marxismo, per la loro debolezza intrinseca. Per Del Noce vanamente sia Croce, in
campo laicistico, sia Maritain, in quello cattolico, hanno tentato
l’oltrepassamento del marxismo (p. 356). Quanto a Croce, Del Noce pone l’accento
sul fatto che per il filosofo liberale la riaffermazione del liberalismo dopo il
marxismo dovrebbe presentarsi dissociata dal liberismo. Ma se accadesse questo
il liberalismo finirebbe per identificarsi col conservatorismo, e, così
amputato, verrebbe messo in crisi l’immanentismo che ne è alla base. Inoltre, la
critica decisiva del marxismo alla società liberale non consentirebbe il ritorno
alle filosofie inveratesi nel marxismo: dunque, l’oltrepassamento del marxismo
dovrebbe “coincidere con la riscoperta di una linea di pensiero in cui Vico
figura come iniziatore” (p. 358). Se si pensa all’importanza dell’incontro di
Croce con Vico e all’interpretazione immanentistica che il filosofo napoletano
ne ha dato nell’opera giovanile del 1911, si comprende come Del Noce suggerisca
una riforma radicale del liberalismo crociano, al fine di liberarlo della
soccombenza rispetto al marxismo: invece di leggere Vico alla luce degli
idealisti tedeschi, occorrerebbe leggere l’anelito per i valori tradizionali di
Croce (il “non possiamo non dirci cristiani”) secondo la correzione ricavabile
dal pensiero di Giambattista Vico. Quanto a Maritain, Del Noce coglie due
fondamentali aporie nel suo pensiero. La prima consiste nel rovesciamento
dell’antimoderno (Primauté du spirituel – 1927) nell’ultramoderno, che
costituisce la parabola del suo sviluppo filosofico. La seconda consiste nella
valorizzazione perfettistica del processo della modernità, correlativa al
giudizio di decadenza, rifiutato dal secondo Maritain, inerente allo schema
antimoderno. La democrazia diventò così, in Humanisme intégral, non più una
possibile forma di governo, ma la forma migliore di Stato, come esito
perfettistico di un processo positivo di sviluppo. L’aspetto perfettistico, che
Del Noce vede presente nel Maritain ultramoderno come esattamente correlativo al
giudizio di regresso dalla cristianità storica alla modernità, spiega la
debolezza concettuale di Maritain e il necessario superamento del suo umanesimo
democratico per opera della democrazia ugualitaria rappresentata dal
marxismo. V’è, poi, secondo Del Noce, una ulteriore ragione di debolezza del
maritainismo, più grave della prima. Maritain inscrive il suo pensiero
all’interno del neotomismo, che si costruisce avendo come avversario, entro le
filosofie cristiane, l’ontologismo (p. 319). Nel quadro neotomista “la
metafisica cristiana dell’età barocca, nella forma cartesiana, deve apparirgli
come una pura decadenza e non come una risposta, sia pure inadeguata, a problemi
nuovi (appunto, al sorgere all’ateismo) che S. Tommaso aveva ignorato, e ciò
semplicemente perché ogni filosofo non può pensare che in una determinata
situazione storica e contro determinati avversari” (p. 319). Possono così
cogliersi i due filoni cruciali del pensiero di Del Noce. Il primo, sul piano
filosofico, consiste nell’insinuare elementi di discontinuità e di criticità
nell’interpretazione, tipica del neo-tomismo, della filosofia moderna come un
processo continuo di radicalizzazione dell’istanza soggettivistica in
gnoseologia, di quella razionalistica in metafisica e di quella relativistica in
etica. Del Noce non nega certamente che questi elementi siano dominanti e che si
rivelino appieno nel trionfo dell’idealismo tedesco e nel suo rovesciamento
marxista. Cerca, però, di rintracciare negli Autori moderni, a partire da
Cartesio, quegli elementi che, diversamente orientati, avrebbero portato a esiti
diversi e a una adeguata tematizzazione della trascendenza, nella ricerca della
verità sul piano metafisico etico e giuridico. Il secondo filone ha valenza
prettamente politica. Del Noce cerca una soluzione in virtù della quale gli
eredi del liberalismo, liberati dalle pretese totalizzanti dell’ideologia
liberista e della filosofia immanentistica; gli eredi della dottrina sociale
della Chiesa, liberati dal mito medievista dell’antimoderno e dal mito
perfettista dell’ultramoderno; gli eredi del socialismo democratico, liberati
dall’ideologia materialista e dal pensiero dialettico, possano insieme dar vita
a una società alla cui base stiano valori oggettivi comuni e non negoziabili ad
libitum dalla soggettività di ciascuno.
5. La linea filosofica teistica:
in particolare, la rivalutazione di Cartesio. Prima di passare a qualche
considerazione sul significato della prospettiva politica, occorre soffermarsi
sulla tesi filosofica. Del Noce, come si è detto, rileva filologicamente le
tracce storiche di una linea filosofica che egli chiama teistica, rispetto a
quella immanentistica e ateistica. I suoi Autori – si comprende con chiarezza
dagli accenni contenuti nei suoi scritti – sono principalmente Giambattista Vico
e Antonio Rosmini. Basti considerare che, preannunciando Egli nell’introduzione
al volume “Riforma cattolica e filosofia moderna” una trilogia dimostrativa
della sua tesi, dichiara di voler dedicare il terso libro a Giambattista Vico.
Basti rilevare, soprattutto, il suo continuo riferimento alla filosofia che egli
– forse inopportunamente – chiama ontologistica. Non si tratta, a mio sommesso
avviso, di un riferimento all’ontologismo filosofico in senso proprio, ma del
riferimento all’esigenza filosofica di un duplice recupero sul piano
concettuale. Anzitutto di un recupero, come base indispensabile del filosofare,
delle evidenze del senso comune. La conoscenza non comincia dal nulla; ma
dall’esperienza immediata di verità che sono comuni a ogni uomo, in ogni tempo e
in ogni luogo. Senza l’esperienza immediata del mondo, dell’io, della
distinzione tra io e mondo; senza l’esperienza della libertà e della
responsabilità; senza l’evidenza del trascendimento dell’io rispetto al mondo,
il cominciamento del filosofare non sarebbe possibile In secondo luogo, di
un recupero dell’idea che, senza la partecipazione dello spirito divino alla
mente umana, anzi all’uomo intero, composto di anima e di corpo, l’uomo non
sarebbe in grado di conoscere veramente le verità metafisiche e naturali. Senza
la vis veri, partecipata da Dio all’uomo, secondo la terminologia di Vico,
l’uomo non conoscerebbe alcunché in modo intelligibile, ma sarebbe assimilabile
agli altri esseri animati. A questi indispensabili recuperi concettuali, Del
Noce aggiunge due altri temi. Il primo è l’esigenza di un rapporto della
filosofia con la storia. Una filosofia «anistorica», come egli la definisce nel
saggio “Il problema Pascal e l’ateismo contemporaneo”, raccolta nel Il problema
dell’ateismo, (p. 208), è scarsamente proficua. Il secondo è il tema
antiperfettistico, ove il perfettismo è definito, alla sequela di Antonio
Rosmini, come l’atteggiamento utopistico che intende realizzare nella città
terrena la città eterna. Questi due temi, allo stesso modo dei recuperi
concettuali delle evidenze del senso comune e del conformarsi dell’uomo
conoscente alle verità oggetto di conoscenza in virtù di una reminiscenza nella
mente umana di verità impresse da Dio fin dall’origine, sono sviluppati da Del
Noce in una sorta di contro-storia della filosofia moderna, ove egli scorge in
filigrana una linea di pensiero non inficiata dal vizio immanentistico e,
dunque, non superata dall’idealismo hegeliano e dal suo rovesciamento marxista.
In questo quadro cruciale acquista rilievo la rivalutazione della Riforma
cattolica e, sul piano filosofico, la lettura di Cartesio in una chiave diversa
rispetto a quella di capostipite del soggettivismo moderno e del fautore del
dubbio radicale. La base del convincimento di Del Noce si ricava
dall’individuazione dell’avversario teoretico della filosofia di Cartesio nel
pensiero libertino, come esito ultimo del processo naturalistico rinascimentale
(p. 219). Del Noce vede la scaturigine del filosofare di Cartesio
nell’esperienza della libertà, ove il dubbio metodico “si manifesta come
operazione mirante a rovesciare il dubbio scettico” (p. 219). Prosegue Del Noce:
“Nell’affermazione della mia trascendenza al mondo, che la mia capacità di
metterlo in dubbio rende manifesta, è la denuncia del dogmatismo naturalistico,
sottinteso al dubbio scettico” (p. 219). Il rovesciamento della posizione
libertina si sarebbe accompagnata in Cartesio a una concessione esiziale. Al
carattere politico del pensiero libertino Cartesio oppose “una separazione netta
di filosofia e di religione dalla politica” (p. 220): da qui il giudizio di
«filosofia monastica» che Giambattista Vico dette della filosofia di Cartesio.
Il punto di partenza «Cartesio» è, dunque, per Del Noce, non necessariamente di
tipo soggettivistico e razionalistico: la struttura significativa del suo
pensiero sarebbe, nell’accettazione dell’intuizione fondamentale della Riforma
Cattolica, di combattere il libertinismo, erede dell’eresia rinascimentale,
nonché il cupo pessimismo negatore della libertà, sviluppatosi in ambiente
protestante. Certo, Del Noce non nega l’ambiguità essenziale cartesiana, ma
sottolinea che “Bontà divina, libertà umana, correlatività tra l’affermazione di
Dio e quella dei valori naturali, sono pure i momenti essenziali della filosofia
di Cartesio” (p. 232). La preservazione della libertà umana, di contro alla
sua negazione o al suo oblio in ambiente protestante, sarebbe stato il legato
prezioso con cui, attraverso la mediazione di Nicole Malebranche, Giambattista
Vico avrebbe elaborato la Scienza Nuova, ove libertà umana e Provvidenza divina
si incontrano meravigliosamente e la Provvidenza estrae continuamente il bene
dalla storia degli uomini, intrisa di azioni buone e di azioni
malvagie.
6. La linea filosofica teistica: la filosofia di Vico. La
linea filosofica teistica focalizzata da Del Noce si muove lungo il duplice asse
costituito, da un lato, dalla preservazione della libertà umana e dal
riconoscimento della bontà di Dio e della sua creazione, che gli uomini hanno
sfigurato sin dall’origine e continuano a sfigurare con le loro colpe attuali,
ma che rimane fondamentalmente buona, e, da un altro lato, dalla reminiscenza
del vero, del bene, del giusto e del bello nella mente dell’uomo, siccome creata
buona da Dio. L’opera di Vico si staglia al centro di questo processo di
filosofia teistica. In Vico, come sopra detto, la Provvidenza divina non è di
ostacolo alla libertà umana; l’uomo è capace di conoscere il vero e di praticare
il bene e il giusto e di contemplare il bello per una reminiscenza del vero
buono giusto eterno che la creatura ha inscritta nella sua natura, siccome
creata a immagine e somiglianza di Dio. Vico, inoltre, non è né decadentista né
perfettista; libero quant’altro mai sia dai miti dell’età dell’oro sia dai
veleni utopistici, concepisce la storia realisticamente e non ideologicamente,
come luogo dello scontro tra coloro che, pur nella fragilità della natura
decaduta, mantengono in sé stessi l’impronta divina della vis veri, e coloro
che, per la barbarie dei sensi o per la barbarie della riflessione scettica,
lasciano che si offuschi in se stessi, sin quasi a cancellarla, l’immagine e la
somiglianza di Dio. Vico, però – e per questo aspetto egli è particolarmente
caro a Del Noce – svolge la riflessione filosofica partendo dall’uomo calato
nella storia; egli, pertanto, che non è perfettista né decadentista, descrive i
progressi e i regressi delle civiltà; non minimizza le differenze qualitative
delle une rispetto alle altre e trae dalla storia insegnamenti perenni in ordine
a ciò che a tutti gli uomini è comune, nonostante le divisioni e i cambiamenti,
mettendo in luce la grande verità dell’unità del genere umano. La storia dei
popoli è per Vico, accanto e più ancora che la natura, il gran libro in cui si
possono riconoscere le verità perenni che costituiscono la traccia nella storia
del vero del buono del giusto eterno. Del Noce lamenta che la linea
filosofica teistica, splendidamente rappresentata da Vico, sia stata messa in
disparte, ignorata completamente da Hegel e, perciò, non trapassata nella
filosofia dell’ ‘800 e del ‘900, tanto che la riproposizione del grandioso
affresco del filosofo napoletano venne inscritta da Croce e da Gentile
all’interno del quadro idealistico. Questa linea – rileva Del Noce - ignorata
dal marxismo, è irriducibile alle filosofie che il marxismo ha preteso di
inverare. Questa linea trova un punto alto di espressione in Antonio Rosmini,
che unisce il saldo realismo cristiano, fondato sull’esperienza immediata della
natura umana decaduta – il peccato originale come rivelazione confermativa di
una evidenza che la ragione umana riconosce nella storia – con la ferma
convinzione che nell’uomo resta impressa, nonostante il peccato, la traccia
indelebile della sua origine da Dio: traccia che rende possibile la conoscenza
che Dio è. Del Noce chiama questa linea di pensiero ontologista, anche se
riconosce l’improprietà del termine, perché non tanto questo pensiero sviluppa
l’argomento ontologico della deduzione dell’esistenza di Dio dall’idea di Dio
nell’uomo, quanto, piuttosto, perché insiste sulla reminiscenza di Dio nella
coscienza umana, che costituisce l’inizio della conoscenza di Dio e delle realtà
intelligibili. Realtà, invece, assolutamente inconoscibili nella linea di
pensiero immanentistica, vuoi idealistica vuoi empirista. Del Noce, che è
attratto particolarmente dal rapporto tra filosofia e storia, tra riflessione
concettuale e ricadute politico-sociali, apprezza in Rosmini soprattutto
quell’attitudine realista, insieme intrisa di attenzione per la storia, che egli
chiama «antiperfettismo». Nel suo contrario , il «perfettismo», Rosmini vede
“quel sistema che crede possibile il perfetto nelle cose umane, e che sacrifica
il bene presente alla immaginata futura perfezione”, a cui è inerente sia la
soppressione della libertà, perché altrimenti, secondo l’acuto rilievo di
Rosmini “l’ideale raggiunto sarebbe uno stato di perfezione instabile esposto a
tutti gli attentati degli individui alieni, per una ragione o per un’altra, da
quell’ideale di perfezione”; sia la svalutazione della storia passata e la
deificazione del futuro; sia il rifiuto dell’idea del peccato originale; sia la
riduzione dell’individuo alle sue relazioni sociali.
7. Il significato
storico-politico dell’opera di Del Noce. Un ultimo rilievo va svolto, come
anticipato, con riguardo al significato politico dell’opera di Augusto Del Noce
nella particolare temperie storica del secondo dopoguerra italiano, nel periodo
che va dal 1945 al 1989, in particolare all’inizio degli anni ’80, quando la
prospettiva storico-politica fino ad allora egemone venne rovesciata grazie
all’insegnamento e all’azione del Pontefice Giovanni Paolo II, il Grande.
L’importanza di Del Noce, invero, a mio sommesso avviso, va ravvisata, più che
sul piano della speculazione filosofica, sulla stigmatizzazione critica delle
ricadute culturali, politiche e sociali delle filosofie immanentistiche moderne,
di cui il marxismo, anche e soprattutto nella versione gramsciana, voleva essere
l’ «inveramento». Del Noce mise l’accento del «divieto di fare domande», in cui
sfociarono concordanti comunismo, azionismo e progressismo cristiano. Poiché la
storia avrebbe rivelato il fallimento dell’antimoderno nel suo farsi sostegno
della barbarie fascista, ogni domanda autenticamente filosofica avrebbe dovuto
essere censurata. Nell’ottica del sospetto, che caratterizza il pensiero
moderno, soprattutto nella linea Marx, Nietsche, Freud, chi avesse riproposto il
tema della trascendenza, della conoscenza delle realtà intelligibili e
dell’azione eticamente orientata alla luce di princìpi permanenti avrebbe
surrettiziamente perseguito lo scopo, consapevolmente o oggettivamente, di
risvegliare i fascismi. Di qui la censura nei confronti della filosofia e il
«divieto di fare domande» sugli esiti atroci delle filosofie immanentistiche.
Augusto Del Noce riaprì un orizzonte che sembrava definitivamente chiuso.
Per Del Noce le filosofie dell’immanenza, come è vero e come è giusto ancora
oggi ripetere, avevano dato origine, oltre che al liberalismo e al comunismo,
anche ai fascismi. La linea filosofica teistica non era stata coinvolta dai
superamenti e dai rovesciamenti dell’immanentismo. A questa linea filosofica Del
Noce suggeriva di ritornare, non tanto per elaborare una nuova scolastica
pedissequamente destinata a ripetere gli antichi, quanto per riproporre le
domande filosofiche sull’origine e sul destino dell’uomo, sull’esistenza di Dio,
sull’esistenza di valori permanenti nella storia, sull’etica fondata sul bene e
non sull’utile e sul diritto naturale. In un’epoca oscura Egli fu segno di
contraddizione; fiaccola nella notte; promessa dell’alba. Se i suoi giudizi
filosofici non sempre sono condivisibili, la sua testimonianza a favore della
verità sempre è stata esemplare. Per questo mi è particolarmente grato
ricordarne la memoria nel centenario della nascita, raccomandando la sua anima a
Dio e raccomandando a Lui di vegliare per il rinnovamento della filosofia
cattolica e di pregare per l’instaurazione di una società cristiana a misura di
uomo, secondo il piano di Dio.
Mauro Ronco
Comunicazione di Mons. Prof Antonio Livi:
Del Noce e Gilson
Augusto
Del Noce è tra i pochissimi studiosi italiani che hanno conosciuto, capito e
apprezzato il pensiero di Etienne Gilson; io, che al pensatore francese ho
dedicato tanti studi e tante iniziative di tipo “promozionale”, considerandolo
il mio primo maestro1, ricordo che negli anni Settanta mi sorprese
molto e mi rallegrò ancora di più vedere come Augusto Del Noce fosse capace di
capire Gilson e di entrare in piena sintonia di pensiero con lui (indubbiamente,
più di chiunque altro in Italia). Ma quale fu il punto di contatto tra il
filosofo francese e quello italiano? Fu proprio il metodo filosofico, il modo
specifico di fare filosofia in rapporto alle motivazioni profonde che guidavano
i due filosofi nel loro impegno intellettuale e nelle scelte di campo che erano
chiamati a fare in un mondo come quello di oggi. E qui viene a proposito il
racconto di un episodio della biografia di Del Noce che può sembrare di poco
conto (si tratta, tutto sommato, di un evento occasionale) ma è tipico di quel
modo di fare filosofia che caratterizza i “filosofi della libertà e
dell’esistenza”.
Lo so per
certo, per ammissione dello stesso Del Noce, che l’incontro con Gilson fu
occasionale; a differenza di quello che feci io – che andai a cercare Gilson e
lo frequentai a lungo - , Del Noce non sentì particolare interesse per il
collega francese (pur essendo la Francia la sua patria d’adozione dal punto di
vista culturale) e lo incasellò, come facevano tutti in Italia in quegli anni (e
ancora oggi), nell’innocua casella degli “storici della filosofia”. Ma vedendo
in libreria l’ancora non tradotto saggio su Réalisme thomiste et critique de
la connaissance, superato l’iniziale fastidio che tutti i non tomisti
avvertono di fronte all’aggettivo “tomista”, Del Noce lesse il libro di Gilson
con l’attenzione che gli era solita e la penetrazione straordinaria di cui lui
solo era capace. La conclusione fu che l’argomentazione gilsoniana lo convinse
pienamente, a tal punto da dire – da allora in poi – che Gilson era colui che
meglio di chiunque altro aveva capito l’opposizione polare tra realismo e
immanentismo, e che solo la sua posizione – il “realismo metodico” - poteva
vantare un’assoluta coerenza logica. Alla fine, Del Noce non esitava a scrivere
che Gilson era a suo giudizio il più grande pensatore del Novecento, da
affiancare – perché di pari importanza – a Giovanni Gentile, il quale però aveva
portato la filosofia e la politica nel vicolo cieco del più coerente
immanentismo, a quel “suicidio del pensiero” che Del Noce riteneva strettamente
collegato al “suicidio della rivoluzione”2.
Un
comune metodo di pensiero
Ma qual
era il motivo profondo di tanto entusiasmo? Che cosa aveva determinato tanta
sintonia speculativa tra i due pensatori? Si penserà che essi avevano in comune
il lavoro storiografico, adoperato come base per gli sviluppi teoretici in ogni
direzione (la gnoselogia, la teologia naturale, l’etica, la politica). Questo è
vero, ma spiega solo in parte la sintonia tra i due filosofi. Non dimentichiamo
infatti che gli studi di Del Noce furono tutti in materia di filosofia moderna
(da Malebranche a Gioberti, e poi da Descartes a Rosmini) e di filosofia
contemporanea (da Giuseppe Renzi a Lev Sestov, da Giuseppe Capograssi a Enrico
Castelli), mentre gli studi di Gilson furono – dopo le iniziali analisi della
filosofia cartesiana - tutti in materia di filosofia medioevale. Non è quindi la
materia di studio l’elemento comune.
L’elemento
comune è invece il metodo del pensiero. Perché sia Gilson che Del Noce intendono
la filosofia come comprensione profonda e globale del mondo in cui vivono e
operano, de questo attraverso l’individuazione delle radici storiche che rendono
ragione delle convinzioni teoretiche e delle opzioni pratiche operanti nel loro
mondo. Il mondo di entrambi è stato quello dell’Occidente cristiano
(scristianizzato), nel quale operano due diverse opzioni intellettuali: da una
parte, l’opzione del realismo metafisico (che parte da Vico e giunge fino a
Bergson, passando da Rosmini e Newman), dall’altra quella dell’immanentismo (che
ha inizio con il razionalismo cartesiano e si conclude con l’idealismo di Hegel
e di Gentile). Il realismo metafisico è un pensiero sostanziato di logica
aletica: esso infatti ancora la verità alla trascendenza gnoseologica e ne
individua la fonte nella Trascendenza ontologica, vedendo pertanto nella realtà
creata una razionalità che ha origine trascendente (l’idea divina) e per questo
è norma per la verità dell’agire umano (la “legge naturale”); questa opzione,
minoritaria ai nostri giorni, si riconosce nella tradizione classica e
medioevale ma è anche fiera della propria capacità di creare nuove prospettive,
ivi compreso l’ideale politico o “utopia” (Tommaso Campanella, Thomas More) e
l’ermeneutica storica come “scienza nuova” (Giambattista Vico). Invece
l’immanentismo (tanto nella versione iniziale, che era stata quella
razionalistica, che nella versione finale, che fu quella idealistica) è il
pensiero della rivoluzione, della rottura con la tradizione, dell’abolizione di
ogni fondamento oggettivo per l’etica, della pretesa di dare origine a una nuova
umanità e a un nuovo mondo, come opera delle mani dell’uomo. Ogni aspetto
teoretico e pratico dell’immanentismo – la secolarizzazione, l’ateismo, il
relativismo o il formalismo morale, il nichilismo, la deriva totalitaria - ha la
sua giustificazione ultima nell’opzione gnoseologica, in quella che Carlos
Cardona chiamava l’opzione intellettuale; per contro, ogni critica di quelle
forme di immanentismo che prima citavo non può avere successo se non giunge a
criticare il nucleo gnoseologico dell’opzione. E’ proprio per questo motivo che
il problema gnoseologico – con la sua intrinseca dimensione storica - è centrale
nel capire e nel risolvere i problemi del nostro tempo: è appunto ciò che Del
Noce ha compreso e che poi ha ritrovato nella lettura delle opere di Gilson, a
cominciare da Réalisme thomiste et critique de la
connaissance.
Il metodo
di Gilson consiste nell’individuare nelle idee filosofiche una necessità
intrinseca, una necessità che costituisce una vera e propria legge storica, la
legge che regola lo sviluppo delle idee. I filosofi hanno una libertà di azione
quasi illimitata: possono scegliere il campo della loro ricerca, il metodo di
indagine, il rapporto con la tradizione, il modo o i modi per esprimere le
conclusioni del loro lavoro e per far accettare agli altri le loro convinzioni…
Tutto è oggetto di libera scelta, meno gli esiti speculativi delle idee
filosofiche che si trovano ad adottare. Le idee filosofiche portano
necessariamente a certi esiti, indipendentemente dalle intenzioni e dalle
pretese del filosofo che le adotta. Descartes, per esempio, adottò l’idea della
certezza matematica come modello della scienza in generale e della filosofia in
particolare, e non poteva derivarne che un sistema soggettivistico di tipo
razionalistico, dove la realtà del mondo è mediata dalle idee chiare e distinte
e si perdono irrimediabilmente l’unità dell’uomo, la legge naturale, la
trascendenza di Dio: si perdono proprio quelle dimensioni metafisiche del reale
che pure erano l’essenza delle categorie filosofiche scolastiche utilizzate da
Descartes nel costruire il suo sistema (la categoria di creazione del mondo da
parte di Dio, la categoria di anima immortale, la categoria di libero arbitrio)
. Così pensò e scrisse Gilson, e così pensò e scrisse per conto suo anche Del
Noce, il quale però vide nel sistema cartesiano anche un’idea (agostiniana) che
avrebbe potuto avere esiti diversi, di tipo realistico3.
La
centralità dell’esperienza storica
Come possa
questa metodologia storiografica sfuggire all’accusa di idealismo – o, meglio,
di storicismo idealistico – è presto detto. La necessità intrinseca dello
sviluppo delle idee filosofiche non risponde, in Gilson e in Del Noce,
all’apriorismo astratto delle metafisiche idealistiche o dello storicismo
positivistico: risponde invece all’osservazione attenta e penetrante della
realtà empirica in tutta la sua complessità, risponde ai protocolli
dell’esperienza storica fedelmente applicati all’ermeneutica storiografica. In
Gilson, come in Del Noce, non sono le tesi teoriche – siano esse metafissiche, o
logiche, o socio-economiche – a determinare l’interpretazione della storia della
filosofia; nei due grandi filosofi del Novecento la metodologia storiografica è
davvero autonoma da presupposti arbitrari: essa si fonda su induzioni di
carattere schiettamente sperimentale, arriva cioè a stabilire delle leggi
universali sulla base di fatti accuratamente esaminati e valutati attraverso il
confronto con fatti analoghi. Alla fine, è l’esperienza storica - ossia ciò che
risulta dall’indagine storiografica, applicando ai fatti le regole della
corretta induzione – a determinare l’orientamento speculativo, che proprio per
questo risulta inattaccabile sul piano della dialettica filosofica (è invece
attaccabile, come di fatto fu attaccato, sul piano della polemica ideologica).
Si pensi alla forza con cui Gilson ha sempre difeso la sua nozione di “filosofia
cristiana” o di “realismo”; si pensi poi alla forza con cui Del Noce ha difeso
la sua nozione di “ontologismo” e ha scoperto la comune radice di fascismo
(Giovanni Gentile) e di comunismo (Antonio Gramsci), potendo così proporre un
progetto politico alternativo ad entrambi4; si pensi infine al
rifiuto – netto e inequivocabile in entrambi – di compromessi teoretici tra
cristianesimo e marxismo e di strategie comuni tra cattolici e
comunisti.
Per
concludere parlando direttamente ed esclusivamente di Del Noce, voglio far
notare – per chi conosce bene il suo pensiero e le sue prese di posizione su
molteplici argomenti – come il realismo politico di cui è stato campione e
maestro si configuri talvolta come sorprendente capacità di svolgere da filosofo
una funzione che senza esitazioni chiamerei “profetica”: è la funzione critica
di chi denuncia mali presenti e prospettive future senza lasciarsi intimorire
dall’impopolarità, senza paura di sembrare un visionario (in un mondo di
idealisti, consapevoli e inconsapevoli, un vero realista può sembrfare un
visionario), animato soltanto dall’amore per la verità, forte soltanto della
certezza di dire il vero. Ciò dipende - ne sono certo – direttamente e
totalmente dalla forza insuperabile della logica, quando essa deriva dalla
realtà (conosciuta), e alla realtà (da valutare) viene applicata con tutto il
rigore della razionalità libera da condizionamenti ideologici. Un esempio
davvero significativo: prima ancora che avvenisse il crollo del comunismo
mondiale (almeno in Europa), e prima ancora che il capitalismo mondiale
cominciasse a riempire il vuoto lasciato dal comunismo con i suoi sistemi di
vita (secolarizzazione, consumismo, edonismo, immoralismo), Augusto Del Noce
prevedeva i danni che ne sarebbero derivati, quegli stessi danni che molti oggi
lamentano, e tra questi anzitutto il papa Giovannni Paolo II. Domenico
Settembrini racconta che Del Noce gli disse: “Voi sapete quanto io detesti il
comunismo: ebbene, se l’unica alternativa – cosa che non credo – dovesse essere
la società consumistica, sceglierei il comunismo”5. Si potrebbe dire:
sono parole di un utopista; come si fa a opporsi a un processo ineluttabile come
quello che ha portato e sempre di più porterà all’egemonia del sistema
capitalistico? Come si fa ad andare contro la globalizzazione? Ebbene: Augusto
Del Noce fu creduto un sognatore quando prevedeva il crollo del comunismo, e
invece il suo pensiero si rivelò l’espressione del più acuto realismo politico,
perché aveva saputo leggere nella realtà la legge che regola le idee politiche e
le fa vivere o morire, facendo vivere o morire con esse i sistemi di potere che
se ne servono; chi può essere certo che egli non abbia visto chiaro anche nel
caso del capitalismo consumistico? Non sarà anch’esso condannato a crollare,
perché in conflitto con la coscienza cristiana (questo per quanto riguarda le
nazioni di antica tradizione cristiana, dove la scristianizzazione non avrà mai
una vittoria completa e definitiva) ma anche e soprattutto (e questo vale per
ogni parte del mondo) perché contrario alla legge naturale, alla natura
dell’uomo e al bene comune della società?